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IMMIGRANTI: DIRITTI ALLA DERIVA

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Come per il tormentone musicale, come per le code ai caselli, ogni anno, soprattutto nel periodo estivo, apprendiamo dell’ennesima tragedia in mare: migliaia di disperati che scappano dall’inferno delle loro vite nella speranza di un mondo migliore, una speranza che miseramente si infrange in mare, come le onde sugli scogli.

Un viaggio affrontato con i risparmi di un’intera esistenza, dentro un container o nella stiva di un barcone, per disgraziati “turisti” colpevoli solo di essere nati nel posto sbagliato, costretti a fuggire dalle proprie case perché al centro di guerre, carestie, sfruttamenti umani, molto spesso decisi dai loro governi in accordo con altri “civilissimi” Stati, per beceri fini economici.

Assistiamo distrattamente a questo massacro, scuotendo la testa, commentando con il nostro vicino di ombrellone che è una vergogna.

In questi momenti noi avvocati dovremmo esercitare il ruolo sociale che a gran voce rivendichiamo, che la Costituzione ci attribuisce e che con tanto ardore siamo pronti a difendere.
È quello della difesa dei diritti, del diritto alla vita, ad un’esistenza dignitosa, il diritto di ogni essere umano di vivere come tale.

L’Italia ha già subito pesantissime condanne dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per tutte le volte in cui, grazie a folli ed inconsapevoli politiche nazionali, si è praticato il respingimento in frontiera, obbligando queste persone a tornare nel loro paese d’origine o, peggio, dirottandole in altri Stati confine, in cui i livelli di tutela dei diritti umani sono al di sotto dei nostri.

Noi Italiani abbiamo violato l’art. 3 della C.E.D.U., che sancisce l’assoluto divieto di sottoporre un individuo a pene o trattamenti inumani e degradanti; abbiamo violato il Regolamento 343/03/CE c.d. Dublino II, che prevede i criteri, i meccanismi, il foro per la concessione del diritto d’asilo; abbiamo violato la Raccomandazione del Comitato dei Ministri del C.O.E. n. 84 del 1984, che ha sancito i criteri per il riconoscimento della tutela internazionale anche ai soggetti che formalmente non possono essere considerati rifugiati.

Fortunatamente, da alcuni anni, noi italiani non respingiamo più in frontiera.
Sono altri gli Stati che si stanno macchiando di tale onta ma, anche in questo caso, non possiamo rimanere inermi.

Una classe forense che pretenda di incidere sulla società civile, che pretenda di essere ascoltata, che voglia pesare veramente, non può abdicare al proprio ruolo, non può rinunciare a battersi per il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.

Siamo preda di una pessima politica nazionale che spesso usa questo dramma internazionale per potenziare il proprio progetto, senza mai proporre soluzioni tranchant; siamo schiavi di un’informazione giornalistica politicizzata e, quindi, spesso piegata a questa o quell’esigenza elettorale; siamo impauriti dalle decisioni che la politica europea ci impone.

La verità è che anche noi italiani, negli anni, abbiamo sottoscritto accordi, convenzioni, ratificato trattati, partecipato a tutti i consessi europei in cui le decisioni vengono prese, beneficiando di tale partecipazione. Abbiamo, quindi, il dovere di interessarci di quanto accade fuori dal nostro “orticello”, di pretendere che l’Europa di cui facciamo parte non consenta certi scempi.

Siamo un paese di “frontiera”, il primo posto in cui questi disperati arrivano, sperando di sentirsi al sicuro, finalmente salvi.
Ma i sopravvissuti sono al sicuro in Italia?
Sono salvi, sono esenti da trattamenti disumani e degradanti?
Guardando cosa accade nei Centri di Accoglienza, alle lungaggini burocratico-giudiziarie per l’assegnazione dello status di rifugiato o per l’ottenimento di un semplice permesso di soggiorno o del sempre più complesso (oramai pressoché impossibile) ricongiungimento familiare, sembra proprio di no.

È necessario rimboccarci le maniche e cominciare a pensare realmente a come risolvere questo dramma, attraverso lo studio e la conoscenza delle norme nazionali e sovranazionali che, se da un lato tutelano le persone in cerca di una nuova vita, dall’altro non propongono task force che contrastino la criminalità organizzata, spesso foraggiata anche dai grandi poteri economici.

È necessaria una nuova cultura dell’informazione che sia preparata, specializzata e sensibile a questo macro tema che coinvolge leggi, legislatori, delinquenti e gente comune, in un unico intreccio di vittime e carnefici.

Si impone che l’avvocatura italiana si mostri forte, coraggiosa, che sappia e voglia riappropriarsi del ruolo sociale che le compete, quello di tutela della collettività e dei più deboli.
Serve un’avvocatura che si ricordi che senza tale coraggio è destinata a rimanere, nell’immaginario collettivo, una categoria composta da tristi azzeccagarbugli e furbi imbonitori.

Avv. Tania Rizzo
Coordinatore Regione Puglia A.I.G.A – Associazione Italiana Giovani Avvocati.

Avv. Francesca Trinchera
Vice Presidente Vicario della Sezione di Palermo A.I.G.A. – Associazione Italiana Giovani Avvocati.

KKKKK
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