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Lampedusa, dietro l’angolo…

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Chi arriva a Lampedusa, subisce inevitabilmente il fascino di un’isola particolarissima. Più vicina all’Africa che all’Europa, ricca di storia, presenta infatti caratteristiche naturali e sociali uniche nel panorama dei diversi habitat insulari. 

Vero e proprio scrigno naturalistico e ambientale, numerose sono le specie vegetali e animali rare. Quaranta chilometri di coste, con cale incontaminate dove nidificano le tartarughe Caretta Caretta. Dal 1995 è il cuore della Riserva naturale orientata, affidata alla gestione di Legambiente e dal 2005 Zona a protezione Speciale (Zps). Circa i 2/3 del suo territorio è classificato come Sito d’importanza comunitaria. Un ampio tratto di mare fa poi parte dell’Area marina protetta Isole Pelagie, istituita nel 2002.

La mia prima volta sull’isola nel 1999, per una settimana di una classica vacanza. Ne ho solo qualche ricordo perché non fu una bella esperienza. Infatti, mi sfiorò una medusa proprio sull’occhio, che per fortuna riuscii a chiudere, così che la bruciatura si estese solo sulla palpebra e intorno. Meno male. Fu dolorosissimo e mi rovinò la vacanza. Poi ero con uno dei miei mariti e lui non ama il mare. Un muso lungo come un’autostrada e nessuna condivisione.

Così di quell’isola mi rimase solo un amaro sapore. 

Poi il tempo passò e la memoria sbiadì. Altri viaggi, altre esplorazioni, altri mondi. Ma sembrerebbe che il mio destino sia stato segnato, almeno in parte, da questa striscia di terra isolata dal mare, ponte tra due continenti. Perché nel 2014 tornai e mi fermai a lungo.

L’occasione fu la stesura della Carta di Lampedusa in solidarietà dei migranti, i cui corpi giacciono a migliaia nel Mar Mediterraneo.

Un cimitero di anime clandestine e senza nome che l’Europa ha sulla coscienza.  Uomini, donne e bambini che dopo aver attraversato il deserto, sfidano il mare verso rotte di vita diverse, forse una terra creduta promessa. 

Alcuni muoiono per strada di stenti o uccisi violentemente. Altri naufragano e annegano. I più fortunati arrivano a terra. Non hanno nulla da perdere, perché la vita ha un valore e un senso solo se hai un lavoro, se hai la possibilità di soddisfare innanzitutto le tue esigenze primarie, ma anche di progettare un futuro. E questo è, nei paesi di origine, loro negato. 

Uomini e donne, bambini attraversano chilometri e chilometri di deserto con l’unica forza dei loro sogni, che nessuno ha potuto uccidere. Né i dittatori, né i terroristi. Né l’opulenta Europa né l’orrenda Libia con i suoi lager di tortura e sterminio.

Dunque, Lampedusa fu per me innanzitutto il luogo simbolo del diritto di viaggio e della scelta di vivere. 

Quando i lavori del meeting finirono e tutti se ne andarono, io restai. 

Un sentimento più forte di me, mi tratteneva sull’isola. 

Non so dire bene cosa fosse. Un’attrazione per quello scoglio nel mare lontano, come naufraga della vita mi ci fossi aggrappata per non perire. Nella vana speranza qualcosa potesse cambiare. L’ostinazione ad esistere. Malgrado tutte le avversità. Malgrado tutte le delusioni o le illusioni svanite. Avere sempre in mente un progetto, lottare per qualcosa.

Non mi sono mai veramente sentita accolta dai Lampedusani. Piuttosto percepivo una forte diffidenza e anche quando aiutai un gruppo di mamme ad affrontare e risolvere un loro aperto conflitto con l’istituzione scolastica, ricevetti in cambio solo calunnie e menzogne. Dire grazie è per i lampedusani praticamente impossibile. Tutto è loro dovuto.

Non riuscivano a capire, quelle mamme, che c’era una normativa da rispettare.  

Qui a Lampedusa manca proprio l’idea, il concetto di legge. E non ci si può fare nulla. 

La fantasia dei lampedusani quando si tratta di pettegolezzo e maldicenze è davvero straordinaria. 

Ero talmente scocciata da tutto questo che mi riproposi di non tornare mai più all’isola.

E invece, sbollita l’indignazione, l’attrazione prevalse su qualsiasi ferita. 

L’isola non aveva le colpe dei suoi abitanti. 

Ed io adoravo quel mare, quel cielo, persino i paesaggi quasi aridi dell’interno, le distese di cespugli fioriti di viola, i dammusi ridotti a ruderi solitari. Quella costa ricca di cale e insenature, di scogliere a picco sul mare, di sabbia sottile, di anfratti nascosti, di pietre arrotondate dall’acqua. Era ormai dentro di me, in un modo assoluto e definitivo. 

Lampedusa mi apparteneva ed io a lei. 

Nonostante tutte le disavventure, le fregature e le cattiverie subite, io amo quest’isola così come è. 

Anche se vorrei tornasse lo splendore dei luoghi antichi e i suoi abitanti più disponibili e accoglienti.

Escludono il forestiero forse per estrema difesa da una paura di cui non riescono a liberarsi. Quella di perdere ciò che maggiormente amano. Perché in mezzo al mare la terra ferma è la sola speranza di vita, l’unica salvezza. 

È proprio la profondità del mare, la sua distesa immensa che ricorda all’uomo la sua fragilità.

Vivono in uno spazio ristretto, circondati dall’acqua. Il mondo è lontano.

È il fascino degli uomini e delle donne di mare, simbolo dell’intera umanità. In qualche modo sfuggenti, non potendo resistere al suo richiamo.

E a dispetto dell’essere sempre considerata straniera, Lampedusa è l’ancora che mi lega al mondo. E nel mare vivono le cose nel tempo, perdute.

Non c’è luogo dell’isola, in cui non mi senta soltanto aggrappata a uno scoglio, come su una zattera che un’onda più alta può travolgere e affondare. Mi ricorda la precarietà dell’esistenza e l’importanza di vivere felici, in pace con se stessi e col mondo. 

Volevo raccontare l’isola, i suoi abitanti, le mie esperienze, le mie emozioni, il mio amore per il mare. Perché io mi sento proprio come il mare. Che mai si ferma anche quando si infrange sugli scogli. Mai si arrende. Sempre si rialza in un moto perenne ed incessante. Non puoi fermare il mare. Allo stesso modo io non posso fermare me stessa e la mia curiosità. Devo sempre conoscere, leggere, studiare. Viaggiare. Parlare con la gente, ascoltare anche ciò che non vogliono dire. Sempre i silenzi svelano segreti.

Ma torniamo all’isola.

La sua vegetazione, rasa al suolo dai coatti che in passato popolarono l’isola, è adesso per lo più cespugliosa e sparsa, con chiazze di alberi piantati di recente qua e là nell’entroterra semiarido, decorato da antichi dammusi, troppo spesso abbandonati come veri e propri ruderi. O messi in vendita a prezzi esagerati. Come esagerata è Lampedusa.

Bellissime le sue spiagge, le cale e le scogliere, ed un mare cristallino sempre pieno di plastica, come ampiamente testimoniano i rifiuti che si arenano sulle rive. La buona volontà di qualche associazione e cittadino, che periodicamente le ripuliscono, non basta.

Del resto, tutta l’isola è piuttosto sporca. In varie strade, e un po’ dappertutto, si trova spazzatura. Si possono scoprire, girovagando nell’entroterra, veri e propri “immondezzai”, per la gioia dei topi che vi scorrazzanoindisturbati e dove non manca l’amianto. La raccolta differenziata, decollata durante l’amministrazione dell’ex- sindaco Totò Martello, personaggio per me ambiguo e affatto credibile, senza alcuna preventiva sensibilizzazione ambientalista, funziona male e poco. Come inefficiente è la raccolta urbana dei rifiuti in genere.

La resistenza di molti cittadini coincide con un elevato grado di ignoranza. Basti pensare che nell’isola non esisteva sino a circa un anno fa, una sola libreria. 

La scuola non ha un dirigente titolare e costantemente presente da anni e l’attuale gestione locale dell’Istituto è carente e inefficace. L’interesse per lo studio non sembra diffuso nemmeno tra le nuove generazioni e non è assente il fenomeno dell’abbandono scolastico. Una piccola biblioteca cerca di sopperire a questa grave lacuna, con scarsi risultati di frequentazione.  Ma questa è una piaga antica dell’isola, e di tutta la Sicilia. Quando l’uomo sbarcò sulla luna, le donne di Lampedusa uscirono di casa gridando per avvisare che l’astro stava cadendo e si mettessero in salvo i bambini! Aneddoto veritiero del disinteresse di molti lampedusani per l’informazione, specie se scientifica. 

A dispetto di un paesaggio naturale bellissimo, diffuso e assai pericoloso è l’inquinamento, soprattutto elettromagnetico. Antenne e radar sia militari che civili, sono causa di morte. Muoiono conigli, api, uccelli ed altissima è l’incidenza dei tumori nella popolazione, tant’è che il comune di Lampedusa e Linosa risulta essere, in percentuale, il primo in Sicilia per morti di tumore maschili. Inquinano anche i resti delle numerose imbarcazioni dei migranti, spesso abbandonate alla deriva. Relitti anche di grandi dimensioni che rimangono ormeggiati o si sono arenati o ancora sono affondati. Deteriorandosi producono rottami e riversano in mare sostanze inquinanti.  Il loro smaltimento è mal gestito e legato ad ingenti interessi speculativi. Con lo zampino degli amici di Angelino Alfano, come più volte denunciato dal Comitato per la salute pubblica di Lampedusa. Tutte ditte vicine a politici ed amici degli amici dell’agrigentino di fede alfaniana. Ma non basta. Diversi scarichi di case, negozi, bar e alberghi finiscono in mare e anche il depuratore è sottodimensionato.

Del resto con l’inserimento di Lampedusa sotto i riflettori internazionali a partire dall’86, quando partì il missile di Gheddafi, l’unico principale interesse della gente è quello di sfruttare il turismo di massa per farequanti più soldi possibile. A volte con una spregiudicatezza sorprendente. Il turista è un pollo da spennare. Inevitabile il deterioramento dei rapporti umani e delle relazioni sociali di un’isola in origine di semplici pescatori.

In ogni stagione dell’anno, continuo è il movimento di persone che raggiungono Lampedusa, anche solo per lavoro, o che da qui si spostano verso il Continente. L’aeroporto civile, costruito negli anni ’60, ha reso questa striscia di terra sul mare un approdo, anche clandestino, e una continua partenza di barche, navi e aerei.

Un movimento umano che imprime senza dubbio un ritmo veloce alla vita sociale dell’isola, dove l’operosità dei suoi abitanti non lascia spazio all’inerzia, quando si tratta di guadagnare denaro, di cui sono straordinariamente avidi.

Il lampedusano è per sua natura spigoloso e aggressivo, tendente facilmente a perdere le staffe e con un senso di appartenenza identitaria al limite della paranoia.  Guai a parlar male dell’isola! Gina, del bar dell’Amicizia, ha definito “materno” questo loro attaccamento all’isola. A nessuno una madre permette di maltrattare il proprio figlio o anche solo di parlane male. Salvo essere poi proprio loro un vero capolavoro di invidia e maldicenza e lo straniero è sempre guardato con diffidenza.

Vittima dell’isolamento, il lampedusano si autoisola: chi non è lampedusano non appartiene all’isola. Un lampedusano può parlare male dell’isola e dei suoi concittadini, anzi lo fa spesso, ma mai uno straniero: il troppo amore…porta a proteggerla, proprio come una madre. E indubbiamente Lampedusa è donna. Non solo per il ruolo svolto dalle donne nel lontano passato, quando i mariti erano lontani per mare a pescare ed erano le mogli, le madri, le sorelle, ad amministrare il territorio. A loro consegnavano i loro guadagni, rendendole così protagoniste della vita sociale, economica e civile. E a differenza delle donne siciliane, le lampedusane sono molto libere anche nei costumi.

Ferdinando Pessoa scriveva che “il valore delle cose non sta nel tempo in cui esse durano, ma nell’intensità con cui vengono vissute”. 

E questa intensità si respira nell’aria  di Lampedusa.

Un’isola che fu in origine “terra di pace” dove i naviganti approdavano esausti dal mare, e con tacito accordo smettevano ogni ostilità per mutuo soccorso. Al punto che i marinai o i naufraghi più poveri trovavano persino una grotta dove venivano depositati cibo, acqua, vestiti.

Incantevole, scagliata sul mare da non so quale dea, che volle regalare al mondo un segno di bellezza.

Solo una donna poteva concepire tanta magnificenza. E donna, io sento l’isola.

La consanguineità che ha caratterizzato la crescita della popolazione negli anni passati, quando l’isolamento era assai maggiore, ha contribuito a creare un tipo antropologico piuttosto particolare, non esente da psicopatie a volte anche gravi. Come la storiella della “scala”, che veniva appoggiata alle facciate delle case degli sposi, per spiarne gi amplessi amorosi. 

Tutto qui è amplificato dalla ristrettezza dello spazio, di fronte all’immensa distesa del mare. Cassa di risonanza dei fenomeni umani più disparati, Lampedusa è un porto franco dove la legge non esiste e dunque viene costantemente ignorata. C’è anche chi ipotizza una sorta di accordo tra amministrazione locale e governo nazionale. Un chiudere un occhio sulle vicende private, non sempre limpide e trasparenti, secondo l’antica pratica del “mancia e fai manciari”. “In sostanza sull’isola si possono trasgredire tutta una serie di regole e procedure in vigore sul territorio nazionale a patto che il governo possa fare dell’isola quello che vuole. Questo “lasciar fare” è esteso a tutta la popolazione, a partire da chi amministra, l’importante è stare, come va di moda dire adesso, “zitti e buoni”, se invece qualcuno alza la testa e comincia a dire verità scomode, si riattivano quelle leggi e quelle procedure nazionali come arma di ricatto e di punizione verso chi ha sollevato un problema o ha osato protestare.” Così scrive l’artista Giacomo Sferlazzo, cantautore ed attivista lampedusano, in un suo post su facebook .

E tutto questo a dispetto della presenza massiccia di militari e forze dell’ordine. Base Nato e avamposto europeo, i fili spinati ricordano al viandante questa sua caratteristica geo-politica, che nessun governo potrebbe ignorare e che condiziona inevitabilmente anche l’operato dell’amministrazione locale. In una superficie di appena 20 chilometri quadrati, infatti, Lampedusa ospita due caserme di Aeronautica militare, due della Guardia di finanza, oltre quelle della Guardia costiera e dei Carabinieri. Per completare il quadro della militarizzazione dell’isola, va ricordata la presenza di Frontex, dell’Esercito Italiano con l’operazione “Strade sicure”, della Polizia e dei Cavalieri di Malta. Un’ampia zona portuale, a ponente, è ormai praticamente inaccessibile perché ad uso esclusivo dei militari.

Un intreccio di interessi che muove tantissimo denaro.

E la mafia agrigentina comanda sui traffici via mare, specie nel rifornire costantemente l’isola di droga. Insomma, Lampedusa è un concentrato di tutte le nefandezze non solo nazionali, ma anche internazionali, se si considera la politica europea in materia di gestione dei flussi migratori. Uno scandalo umanitario. I migranti, che costantemente arrivano ogni giorno, vengono oggi subito prelevati e rinchiusi nella nave quarantena o nell’hotspot. Nemmeno uno in giro. Complice da un paio di anni il coronavirus.

Lampedusa non si può nascere, da quando non c’è più nemmeno una levatrice. Perché manca un ospedale o un centro neonatale. Bisogna trasferirsi altrove, con un esborso di denaro non indifferente, malgrado il contributo comunale, che certamente tuttavia non copre tutte le spese di viaggio e alloggio.

Anche curarsi diventa così complicato, malgrado la presenza di un ambulatorio, con una quindicina di specialisti che si alternano e quattro infermieri. Il Pronto Soccorso è costituito da un semplice presidio, con cinque medici e un infermiere. Poi ci sono la Guardia turistica, riservata ai “forestieri”, e la Guardia medica, che assicura assistenza quando mancano i medici di base, pochi e insufficienti per una popolazione di circa 6000 abitanti. Così anche qui, si è diffusa la speculazione della sanità privata.

Ma all’isola si perdona tutto. La sua magia e bellezza non lasciano scampo.

Testo e foto di Adriana Saja

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