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“L’autoritratto”, a cura di Natalie Rudd

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Un interessante viaggio alla scoperta dell’autorappresentazione nella storia dell’arte | Edito da 24 ORE Cultura

Per secoli gli artisti hanno escogitato modi per includere sé stessi all’interno delle loro opere, disseminando tracce della propria presenza in dipinti, disegni, sculture e – in epoca più recente – film, fotografie e installazioni. Dall’11 marzo esce in libreria “L’autoritratto”, il nuovo volume della collana Art Essentials edito da 24 ORE Cultura che ripercorre l’evoluzione dell’affascinante genere dell’autorappresentazione nella storia dell’arte, dal XV secolo ai giorni nostri.

A cura della scrittrice e curatrice Natalie Rudd, il volume racconta come nel corso del tempo l’autoritratto continui a essere largamente praticato dagli artisti nelle sue diverse forme e amato dal pubblico per la sua capacità di illuminare un’ampia gamma di questioni universali: identità, umana fragilità, scopo dell’esistenza, mortalità.

Nell’epoca dei selfie – la più recente forma di autorappresentazione -, Nathalie Rudd ricostruisce il contesto culturale nel quale il genere è nato, partendo dal cuore del Rinascimento tra Italia e mondo fiammingo per arrivare ad indagarne lo sviluppo e il significato che riveste nell’arte dei nostri tempi.

Attraverso l’analisi dei grandi capolavori della storia dell’arte, l’autrice esplora in ogni capitolo del libro l’opera di un artista diverso, proponendo una visione specifica di sessanta stili e approcci, prendendo in considerazione le varie tecniche utilizzate e i diversi modi per esprimere sé stessi. Un viaggio che si snoda partendo dal cameo di Jan van Eyck nel Ritratto dei coniugi Arnolfini, passando per i dipinti tormentati di Francisco Goya, van Gogh, Eduard Munch e Frida Kahlo fino ad arrivare a tecniche tipiche della contemporaneità come la fotografia di Cindy Sherman, la performance di Marina Ambramović e l’installazione di Tracey Emin.

Le ragioni per cui gli artisti nel corso dei secoli hanno scelto di rappresentare sé stessi nelle loro opere sono molteplici: alcuni hanno usato sguardi rivolti all’osservatore ed espressioni criptiche per esprimere condizioni interiori, crisi profonde o rivelazioni sconvolgenti; tanti si sono ritratti con pennello e tavolozza in mano per promuovere il loro lavoro; altri ancora hanno invece esplorato il potenziale camaleontico del genere e trovato infinite possibilità di gioco, di nascondimento, di mascheramento e trasformazione.

Grande spazio viene dato nel volume alle artiste donne, che dell’autoritratto spesso hanno fatto un simbolo di espressione della condizione femminile e una rivendicazione delle proprie capacità. Nate in un contesto prettamente patriarcale, dove l’azione artistica era ad uso esclusivo dell’uomo, Artemisia Gentileschi e Sofonisba Anguissola attraverso l’autoritratto trovano la libertà di esplorare i temi dell’identità e del genere: la prima esprimendo con la pittura il suo ruolo di donna vincente, la seconda sfruttando la propria intelligenza per compiere sottili trasgressioni. Dorothea Tanning giocando con i simbolismi e gli scenari onirici della sua opera si impone a tutti gli effetti nel panorama del surrealismo, mettendosi sullo stesso piano dei suoi colleghi uomini. Zanele Muholi, giovane artista sudafricana – il cui autoritratto è anche la copertina del libro – usa la fotografia per parlare di attivismo politico e sostegno alle minoranze: grazie alle tecniche di postproduzione intensifica il nero della propria pelle, celebrandone la bellezza in risposta ai media generalisti che cercano invece di schiarire i corpi neri.

In un’epoca che si interroga più che mai sulle nozioni di identità personale, il libro approfondisce la questione centrale del perché gli artisti ritornino più e più volte all’autoritratto, illustrando come questo genere riesca a rivelare i volti mutevoli dell’individualità e dell’egoismo.

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