Cronaca

Traffico di rifiuti, 9 arresti – 4 società sequestrate Video

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Associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, e traffico illecito transfrontaliero di rifiuti: 9 arresti, 4 società sequestrate e  2.500.000 euro di profitto sequestrato.

In data 20/05/2024 la Squadra Mobile della Questura di Frosinone e il Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale Agroalimentare e Forestale (N.I.P.A.A.F.) del Gruppo Carabinieri Forestale di Frosinone hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di applicazione di misure cautelari, emesso dal GIP presso il Tribunale di Roma su richiesta della competente Procura – DDA, consistente in 9 arresti domiciliari, sequestro preventivo di 4 società, sequestro preventivo del profitto pari a circa 2.500.000,00 di euro.

Sono indagate 41 persone fisiche e 9 persone giuridiche, residenti in diverse regioni d’Italia, per i seguenti reati: associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, traffico illecito transfrontaliero di rifiuti, smaltimento illecito di rifiuti, sostituzione di persona e trasferimento fraudolento di valori.

La presente indagine, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Frosinone e dal N.I.P.A.A.F. di Frosinone, e coordinate dalla DDA della Procura di Roma, trae origine dal procedimento penale N° 2956/19 Mod. 21 della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone, iscritto nell’apposito registro di quella Procura a seguito del vastissimo incendio divampato il 23 giugno 2019 all’interno di un impianto di rifiuti ubicato nell’area industriale di Frosinone, specializzato nel recupero e nel riciclaggio di rifiuti solidi urbani ed industriali. Dagli accertamenti eseguiti sulla gestione dei rifiuti da parte della società affiorava una consolidata associazione finalizzata al traffico illecito di rifiuti per la quale è stato ipotizzato il reato ex art. 452 quaterdecies c.p. per cui il fascicolo veniva trasferito, per competenza, alla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. Dall’attività svolta, infatti, è emersa una forte e stabile collaborazione tra gli amministratori (occulti) dell’impianto di Frosinone andato distrutto, le varie società campane che conferivano i rifiuti all’impianto e i gestori dei tanti impianti di smaltimento e recupero finale degli stessi, in primis un impianto di rifiuti di Cisterna di Latina (LT).

In particolare è emerso come, dal primo gennaio del 2019, all’interno della compagine societaria fosse entrato un noto imprenditore frusinate il quale aveva sostanzialmente cambiato il core business di detta società. Invero, attraverso diverse società di intermediazione campane, l’imprenditore era riuscito ad accettare dalla Campania ingenti quantità di rifiuti che, invece, dovevano essere lavorati in quella Regione. 

In particolare l’imprenditore, con i suoi collaboratori e con le società di intermediazione, sfruttando le criticità del sistema di gestione dei rifiuti urbani della regione Campania, consentivano l’abusiva uscita dall’ambito regionale campano di ingenti quantità di rifiuti facendoli confluire presso l’impianto di Frosinone. 

Il passaggio transregionale del rifiuto campano veniva effettuato mediante l’artificioso cambiamento del codice identificativo (EER) del rifiuto. I rifiuti urbani venivano riclassificati in rifiuto speciale senza subire un trattamento che ne modificasse realmente le caratteristiche e la composizione (soprattutto senza la stabilizzazione della frazione organica), rendendo in tal modo smaltibile tale rifiuto fuori regione, e aggirando così la normativa che vieta lo smaltimento dei rifiuti urbani fuori dalla regione di provenienza. 

Insomma la cooperazione tra gli indagati, in violazione degli art. 182 comma 3 e art. 182 bis del D. Lgs. 152 del 2006, che prevedono il divieto di smaltimento dei rifiuti urbani “in regioni diverse da quelle dove gli stessi sono prodotti” e il “principio di autosufficienza”, avrebbe permesso, attraverso l’ulteriore sostegno di vari intermediari, lo smaltimento di rifiuti urbani (con un trattamento che non ne muta le caratteristiche) fuori dalla regione Campania sotto la qualificazione CER 19 12 12, con il conseguimento di un ingiusto profitto per tutte le parti coinvolte. Come noto, i rifiuti che rientrano sotto la classificazione CER 19 12 12 sono difficili da gestire ed hanno un costo di smaltimento molto elevato. 

Ciò avrebbe permesso, attraverso la gestione illecita, di garantire profitti non solo alla società conferitrice, ma anche agli intermediari e all’impianto ricevente.

Inoltre, a prescindere dal fatto che le società e gli impianti erano in possesso delle preziose autorizzazioni alla gestione dei rifiuti misti (CER 19 12 12), trattandosi di rifiuti urbani essi erano da considerarsi di natura diversa rispetto a quanto dichiarato.

 In definitiva i rifiuti provenienti dalla Campania, da qualificarsi invece come “urbani” nonostante il cambio del codice identificativo EER, transitavano con semplici operazioni di stoccaggio (senza dunque alcun trattamento) presso l’impianto di Frosinone, al fine di farne perdere le tracce; da qui venivano poi trasportati in altro impianto sito in Cisterna di Latina (LT), e da qui, senza ulteriore trattamento, smaltiti come scarti di lavorazione presso una discarica di Colleferro. 

Inoltre dalla lettura dei formulari di identificazione dei rifiuti accettati presso l’impianto di Frosinone emergeva che molti di questi non risultavano essere accompagnati da analisi e rapporti di prova, rendendo così sconosciuta la reale composizione dei rifiuti stessi. Il totale del quantitativo dei rifiuti erroneamente classificati ammonta a circa 2.550 tonnellate.

L’imprenditore, attraverso i suoi collaboratori, riusciva insomma a controllare, pur non comparendo personalmente, l’impianto di Frosinone, utilizzandolo come sito di stoccaggio dei rifiuti provenienti dalla Campania, e intrattenendo rapporti con il rappresentante dell’impianto di destinazione sito in Cisterna di Latina.

Le indagini hanno accertato che l’incendio dell’impianto di Frosinone non ha segnato la fine del traffico illecito dei rifiuti: l’organizzazione delineatasi intorno all’impianto ciociaro, con a capo un imprenditore locale ed un imprenditore campano quali dominus occulti, ha continuato ad operare su tutto il territorio nazionale ed anche internazionale. 

I due infatti, forti delle loro conoscenze in quell’ambito, hanno continuato la loro attività di intermediazione ed al contempo si sono dedicati alla ricerca di un sito da trasformare nel nuovo centro dei loro affari. 

Dopo un iniziale interesse per un sito a Varese, la scelta è caduta su un capannone ad Aviano (PN) gestito da una società in liquidazione.

Le accurate ed articolate indagini condotte dalla Squadra Mobile e dal N.I.P.A.A.F. di Frosinone hanno fatto emergere che, dopo il sequestro del sito, l’attività illecita di cui all’art. 452-quaterdecies c.p. è stata delocalizzata pertanto dall’impianto di Frosinone presso l’analogo stabilimento in Aviano (PN), operante nel medesimo settore.

In particolare, il sito di Aviano, in violazione delle prescrizioni riportate nell’autorizzazione detenuta dalla società e delle normative che regolamentano la gestione dei rifiuti, veniva stabilmente utilizzato per stoccare abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti misti di ogni genere, compresi quelli ospedalieri oltre a quelli organici, accatastati ben oltre la capacità consentita, falsamente indicati come plastica e gomma (CER 19.12.04), provenienti da svariati impianti dislocati sul territorio nazionale.

Parte dei rifiuti accumulati presso il citato impianto, inoltre, senza essere sottoposti alla benché minima operazione di selezione o di cernita, venivano poi illegalmente redistribuiti presso ulteriori impianti gestiti da soggetti compiacenti, siti anche al di fuori dei confini nazionali, come in Ungheria o Repubblica Ceca, con il medesimo stratagemma della falsificazione del codice CER identificativo della tipologia dei rifiuti. 

Alla luce di quanto emerso, in data 12.10.2021 la dipendente Squadra Mobile ha dato esecuzione al decreto di perquisizione personale, locale, di sistemi informatici e telematici presso le sedi delle aziende coinvolte nell’illecita attività, disposto dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Roma, ed eseguendo nella circostanza il sequestro finalizzato alla confisca dell’impianto di Aviano, per un valore di oltre 2.000.000 di euro, divenuto ormai saturo con circa 8500 tonnellate di rifiuti stipati nell’intera area, con il rilevante pericolo di una possibile combustione degli stessi. 

A coronamento dell’attività investigativa espletata, nella giornata odierna la locale Squadra Mobile e il personale del Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale, ha dato esecuzione all’ordinanza di misure cautelari emessa dall’A.G. competente nei confronti dell’organizzazione criminale riconoscendo il reato di traffico illecito di rifiuti aggravato ex artt. 416 – 452 quaterdecies – 452 octies e 452 novies c.p.

Nello specifico è stata eseguita la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di 9 soggetti residenti tra il Lazio, la Campania ed il Friuli, oltre al sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta delle somme corrispondenti al profitto del reato ovvero il sequestro di beni di valore equivalente nei confronti di 4 società operanti nel settore per un ammontare di circa 450.000 euro; il sequestro preventivo impeditivo e finalizzato alla confisca ex art. 452 quaterdecies comma 5 c.p. delle aziende e delle quote sociali delle 4 società stanziali nel Lazio ed in Campania nonchè il sequestro preventivo funzionale alla confisca diretta delle somme corrispondenti al profitto del reato nei confronti degli autori delle condotte illecite, in contanti ovvero giacenti sui rapporti finanziari attivi ad esso riconducibili, per una somma complessiva pari a circa 2.500.000 euro.

Il comunicato viene effettuato nel rispetto del D.L. 106/2006, così come modificato dal D.L. 188/2021, in quanto ricorrono “specifiche ragioni di interesse pubblico” che lo giustificano per la particolare rilevanza pubblica dei fatti oggetto di accertamento e per le esigenze costituzionalmente tutelate connesse al diritto all’informazione, al fine di fornire notizie in modo trasparente e rispettoso dei diritti degli indagati e delle parti offese, con  presunzione di innocenza degli indagati fino a sentenza definitiva.

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